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È necessario individuare quali siano le altre fonti di ispirazione che Lovecraft ha utilizzato per modellare la mostruosa arte aliena perché ci permetterà di rilevare anche una seconda modalità di ricezione. George Wetzel ha sottolineato che l’interesse di Lovecraft per le sculture medioevali raffiguranti i mostri di pietra è dimostrato dai numerosi appunti e brani ricopiati dal “Phantatest” di George Mac Donald. Anche nei racconti si trovano numerosi riscontri di tale interesse. In “Il modello di Pickman” (1926) i volti dipinti dal pittore sono comparati “per la diabolicità dei tratti ai mostri di pietra della cattedrale di Notre Dame”. Il pittore Robert Blake di “L’abitatore del buio” attratto dalla torre della chiesa neogotica, infestata dall’orrenda “cosa”, alla vista di sette colossali figure di pietra nera “che ricordavano in modo impressionante i megaliti misteriosi dell’isola di Pasqua” ha un’allucinazione.
Ai mostri di pietra della chiesa si sovrappongono “figurazioni mostruose mai viste; (…) immagini di creature che non avevano rapporto alcuno con qualsiasi forma di vita (…)”. Lovecraft sembra voler “razionalizzare l’apparizione nell’arte di figure spaventose identificandole con i ricordi di incubi incarnati”. In tal modo i mostri in pietra medioevali sarebbero stati ispirati agli antichi artisti dalle visioni di esseri non umani e dalle loro raffigurazioni mostruose. Forse Lovecraft sentiva il bisogno “di giustificare la presenza di statue orribili e deformi nell’arte del passato”. Sta di fatto che la produzione orrifica dell’arte medioevale per quanto spaventosa ha avuto un’ottima ricezione estetica. È chiaro che una domanda sorge spontanea: il fruitore capace di apprezzare “i mostri di pietra” dell’arte medioevale potrebbe reagire in modo simile anche con l’orribile arte aliena?
St. John e il suo amico descritti In “Il cane” (1922) sono il prototipo dei collezionisti d’arte dal gusto dell’orrido ma la loro passione va oltre il semplice apprezzamento della bellezza medusea. I due amici e appassionati d’arte si imbattono in un amuleto, la cui fruizione potrebbe essere solo cultuale. L’amuleto dal disegno insolito ed esotico, raffigura un essere misterioso e alieno, una sfinge alata dal volto semi-canino finemente scolpito. La loro casa è un vero e proprio museo, un mondo di orrore e putrefazione, utile però ad eccitare le loro “sensibilità ormai logore e illanguidite”. Lungo le pareti enormi mostri scolpiti e all’interno di una cartella, rilegata in pelle umana, disegni “immondi e blasfemi” alcuni eseguiti “secondo alcune voci” da Goya nel delirio. Purtroppo prima che questa invidiabile collezione riesca ad arricchirsi dell’ennesimo oggetto orrendo, ma questa volta, a differenza dei precedenti, alieno, lo stesso amuleto richiamerà la presenza mortale della bestia che truciderà i due amatori d’arte.
La loro casa-museo, segretamente colma di ogni opera d’arte nefanda ma gelosamente nascosta ad occhi indiscreti, diventa finalmente museo a tutti gli effetti in un altro racconto. In “L’orrore nel museo” (1932) la collezione d’arte creata per una fruizione estetica assolutamente privata come costume ottocentesco è divenuta modernamente oggetto di libera visione per numerosi visitatori e appassionati. Si è compiuto cioè un passaggio in Lovecraft, grazie al quale nel racconto si considera il particolare piacere estetico derivante dalla visione dell’orrido come fatto ormai riconosciuto, accettato e istituzionalizzato. George Rogers è il proprietario dell’omonimo museo ma è anche l’artista che modella con la cera molte delle opere esposte. Stephen Jones, intenditore del bizzarro nell’arte, è attratto proprio dalla sua produzione, “cose informi ed ibride che solo la fantasia poteva generare, modellate con abilità diabolica, e colorate in modo realistico”.
Con questi due racconti, Lovecraft ha definito una seconda tipologia di fruitori, in grado di apprezzare per la loro sensibilità orrida, gli oggetti creati da una possibile sensibilità creativa aliena. Questa sarà l’ultima modalità di ricezione dell’arte aliena? È possibile apprezzare solo le mostruosità contenute nelle raffigurazioni? È Lovecraft stesso a darci immediate risposte. L’esploratore di luoghi remoti, antichi e proibiti di “La Città senza nome” (1921) strisciando raggiunge un luogo nella città che è un “monumento di un’arte magnifica ed esotica. Disegni e pitture ricchi, vivaci e bizzarri” ricoprono le pareti. Una delle statue di “Il richiamo di Cthulhu“ (1925) è considerata un “oggetto di fattura squisita”. Nella città di “Alle montagne della follia” (1936) si trova un originale parete decorata con una scultura murale che procede in strisce orizzontali ininterrotte. Lovecraft esprime per questa realizzazione scultorea dei Grandi Antichi un’altra attestazione di apprezzamento incondizionato:
Ci rendemmo subito conto che la tecnica era perfetta, ed esteticamente evoluta fino ai più alti livelli delle culture civilizzate, sebbene totalmente aliena in ogni dettaglio rispetto a qualsiasi arte tradizionale conosciuta della razza umana. Nessuna scultura che avessi mai visto riusciva ad avvicinarsi a quella, considerata la delicatezza dell’esecuzione. Anche i dettagli più minuti dell’elaborata vegetazione, oppure della vita animale, erano resi con vivezza sorprendente malgrado le molte incostrazioni sugli intagli, mentre i disegni convenzionali erano vere e proprie meraviglie. (…) Quanto più esaminavamo quella meravigliosa tecnica, tanto più ne ammiravamo i disegni. (…) si poteva cogliere l’osservazione minuziosa ed accurata e l’abilità grafica dell’artista (…)
l protagonista di “L’ombra su Innsmouth” (1941) rimane addirittura senza fiato davanti “allo splendore strano ed irreale e alla fantasia opulenta e aliena” di un oggetto di misteriosa provenienza: “(…) si potevano perdere delle ore nello studio dei disegni straordinari e così poco tradizionali”. I disegni, di questa sorta di tiara, copricapo dell’antichità, vanno dai motivi “semplicemente geometrici ad altri chiaramente marini” e sono incisi oppure scolpiti in rilievo sulla superficie “con un’arte incredibilmente aggraziata”. La qualità ultraterrena dell’opera spinge Lovecraft a paragonarla con altri oggetti artistici:
(…) tutti gli oggetti artistici che avevo visto, appartenevano a qualche produzione nazionale o di razze conosciute, oppure rappresentavano delle sfide moderne ad ogni produzione conosciuta. Questa tiara invece (…) apparteneva chiaramente a qualche tecnica di infinità maturità e perfezione.
Il riconoscimento della creatività di questi esseri è ormai fuori di dubbio e sembra aver superato anche il bisogno tutto letterario di esprimere all’interno del racconto la profonda paura dell’uomo davanti alle manifestazioni culturali di esseri pericolosi e dall’aspetto ripugnante. Questo è stato possibile perché Lovecraft ha elaborato un modello di alieno con alcuni tratti ben definiti e comuni. L’uomo rifiuta la diversità e le differenze della forma biologica esteriore ma è pronto a riconoscere la loro immensa potenza e conoscenza pur nel declino. La presenza sul nostro pianeta in luoghi remoti, nelle viscere della terra o nei profondi abissi marini, dovuto all’allontanamento dalle terre emerse non è mai il sintomo di un’inferiorità della specie rispetto all’uomo, anzi il terrore investe i protagonisti al solo pensiero che possano invadere il mondo civilizzato. In molti racconti la specie aliena è chiaramente depositaria di un sapere immensamente superiore, i Grandi Antichi e gli esseri marini di Innsmouth sono immortali come gli déi. È per alcune tribù sperdute nelle isole dell’Oriente e altre sette umane sono veri e propri déi, da venerare, mantenendo vivo il culto in attesa del loro ritorno definitivo al dominio.
Se le caratteristiche particolari scelte da Lovecraft hanno aiutato l’affermarsi di una valutazione positiva, nei suoi racconti, delle manifestazioni creative aliene, una domanda sorge ora spontanea. Davvero Lovecraft ha immaginato la loro arte come lontana da tutte le espressioni artistiche dell’uomo, se non l’arte del passato, quella egizia e i mostri di pietra delle chiese gotiche?