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Ma perché il mito di Pigmalione ha abbandonato gli artisti umani per sperimentare invece nuove soluzioni con espressioni artistiche aliene?
Uno dei motivi risiede sicuramente nella debolezza del “potere di Pigmalione” davanti all’incedere sprezzante della razionalità e della vivacità scientifica della modernità.
Nella cultura occidentale e orientale gli automi rivelavano la possibilità reale di costruire congegni dotati di movimento, con sembianze umane. Questi dispositivi si possono trovare descritti nel “Trattato sugli automi” di Al-Jazari e molti sono stati realizzati, proprio in Europa, come “I due mori” della Torre dell’orologio a Venezia nel 1497, “La timpanista” di Rontgen e Kintzing nel 1785, “Lo scrivano” di Pierre Jaquet-Droz nel 1770, “Il disegnatore“ di Henri-Louis Jaquet-Droz nel 1774, “La musicista” realizzata dai Jaquet-Droz e Frédéric Leschot del 1773 e infine “Il disegnatore-scrivano di Filadelfia” di Henri Maillardet del 1812.
Questi automi hanno destato meraviglia in tutta l’Europa, incuriosendo il popolo che per lo più era legato ancora al mondo della magia e alla superstizione. Il mistero degli ingranaggi nascosti e la somiglianza con gli esseri umani non poteva che suscitare apprensione e stupore come già era accaduto con le tante statue troppo somiglianti agli esseri umani. Ma era ancora l’artista il creatore di tali meravigliosi automi? Ernst Theodor Amadeus Hoffmann non sembra affatto confondere l’immaginario artigiano di Omero con l’artista mitico. Hoffmann affronta lucidamente proprio in quegli anni la definizione del ruolo dell’artista presentando “il carattere intimamente tragico della personalità artistica del periodo tardoromantico”. Come più tardi per Balzac e Zolà l’artista sente tutto il peso della distanza tra la propria vocazione artistica e la vita borghese, le sue norme e le sue formule convenzionali.
Come più tardi per Balzac e Zolà l’artista sente tutto il peso della distanza tra la propria vocazione artistica e la vita borghese, le sue norme e le sue formule convenzionali. Straordinari sono i suoi artisti: il maestro di canto Kreisler nel romanzo “Il direttore di orchestra Kreisler”, il pittore Bertoldo in “Chiesa dei Gesuiti a G” e le novelle “Corte di Re Artù” e “Consigliere Krespel”.
Ma l’attenzione va rivolta al racconto “Die Automate” (1819) e al romanzo “Der Sandmann” (1816) dove compaiono con un ruolo significativo nella trama i primi automi. Nientemeno che un “turco parlante” è l’automa al centro della curiosità di due amici Ferdinando e Luigi nel racconto breve. Il “turco parlante” ha la capacità di rispondere in modo appropriato alle domande che gli vengono poste e fin dalle prime descrizioni viene presentato nel racconto come un’opera d’arte: “Per la verità quell’automa era una tale opera d’arte che chiunque lo distingueva nettamente dalle solite corbellature presentate nelle fiere, ai mercati”. La realizzazione dell’automa viene attribuita ad un’artista che ne controlla anche la fruizione da parte del pubblico, periodicamente ricaricando il meccanismo, pronto anche a dimostrare l’assenza di qualsiasi inganno. La storia prosegue con l’incredulità dei due amici che si scontrano con il fascino misterioso e inspiegabile di un’automa le cui qualità potrebbero essere solo il frutto di una magia e non di un sapere umano.
Hoffmann vede nell’automa il carattere profondamente “enigmatico dell’opera d’arte” ma nonostante attribuisca nel racconto a J.C. Eslen, professore all’Accademia delle arti di Berlino la realizzazione del miglior automa “L’acrobata”, in realtà ci comunica che modellare e dare la vita, non è più un potere per gli artisti. Il “potere di Pigmalione” sta per essere irrimediabilmente perduto, proprio nel momento in cui molte lodi sono rivolte all’artista, mirabile creatore dell’automa:
Un signore anziano che in generale parlava poco (…) si alzò come faceva d’abitudine quando si decideva finalmente a dire due parole: (…) Loro stanno lodando, e con ragione, il raro capolavoro che è riuscito a interessarci per tanto tempo. Hanno torto però nell’attribuire la qualifica di “artista” a un uomo qualsiasi, il quale con i pregi e le qualità dell’automa non ha nulla a che fare. Il merito spetta invece a un individuo espertissimo in arti meccaniche d’ogni genere; a un personaggio che da molti anni vive nella nostra città e noi tutti conosciamo e stimiamo altamente – (…) Il turco era già qui da due anni e nessuno- o quasi- se n’era accorto. Il professore X…, invece- dato il suo enorme interesse per tutto ciò che concerne gli automi- volle subito andare a vederlo. (…) prese in disparte l’artista e gli disse qualcosa all’orecchio. (..) del turco sapiente per quindici giorni non si intese più parlare. Poi apparve un nuovo annunzio e il turco venne ripresentato con una bella testa nuova, nell’allestimento attuale. – Da allora le sue risposte sono diventate intelligenti e significative.
Se il mito di Pigmalione ha trovato ancora un rifugio nell’Ottocento, nella letteratura romantica, da tempo era costretto a misurarsi con un nuovo mito emergente. Un mito che ne ricalca alcune caratteristiche, in particolare la sfida alla creazione divina, adeguandosi però fortemente alle mutate condizioni culturali e che registra inesorabilmente l’avvenuta trasformazione della concezione dell’artista e delle diverse aspettative sul suo ruolo nella società. I poteri che da sempre avevano accompagnato il complesso di racconti e romanzi, la cui finalità era stata l’eroicizzazione della figura dell’artista, vengono meno.
Apre la strada al nuovo mito un racconto scritto nell’estate 1816 da Mary Wollstonecraft Shelley per allietare il soggiorno, trascorso con amici illustri, lungo le rive del Lago di Ginevra. Molto si è dibattuto intorno alla possibilità che le vicende narrate in questo testo potessero rappresentare anche idealmente l’inizio del genere letterario fantascientifico. Al di là di questo dibattito irrisolto “Frankenstein, ovvero il Prometeo moderno” è destinato a diventare un classico della letteratura.