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L’artista del futuro conquista il “potere di Pigmalione”: Omero e Ovidio

Nel primo capitolo abbiamo osservato come attraverso gli aneddoti fantastici, sulla vita degli artisti, i narratori del passato abbiano espresso, ad un tratto, il loro bisogno di eroicizzare la figura dell’artista, assimilando il momento della creazione artistica a quello della creazione divina.

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Per comprendere come questo tema sia stato espresso in forma così chiara nelle biografie, nei racconti fantastici e negli aneddoti sugli artisti occorre risalire alle prime testimonianze documentate. Non può mancare un certo stupore quando ci si accorge che fin dall’inizio la figura dell’artista mitico dell’antica Grecia e accostata ai potenti e immaginari costruttori di automi. Automi che nelle descrizioni sono in grado di dare l’impressione di avere una propria vita grazie alla capacità di muoversi indipendentemente.

L’Automa è sicuramente tra i motivi più importanti e caratteristici della letteratura fantascientifica del ‘900 è interessante quindi notare in quale contesto appare in queste prime attestazioni e quale relazione intrattiene con la figura dell’artista. La storia della letteratura antica è assai più ricca di quanto si possa comunemente immaginare di descrizioni di congegni dalle sembianze umane ma in realtà automi. L’idea dell’artista capace di costruire automi dotati di movimento meccanico ha una storia lunga, la realizzazione dei primi congegni mobili secondo Omero nella sua Odissea è da attribuire a Efesto, il dio del pantheon ellenico, padrone del fuoco, con due macchine costruite in oro e argento e con la forma di cane al fine di sorvegliare il palazzo di Re Alcinoo. Nell’Iliade invece Omero descrive l’officina di Efesto, dove esercita l’arte di estrarre e dare forma ai metalli ma soprattutto descrive i due automi ai quali si appoggia quando va incontro a Teti:

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“prese il suo grosso bastone e venne fuori zoppicando; due ancelle si affaticavano a sostenere il signore, auree, simili a fanciulle vive; avevano mente nel petto e avevano voce e forza, sapevano l’opere per dono dei numi immortali; queste si affaticavano a sostenere il signore”. Si tratta di due automi, costruiti con sembianze umane femminili da considerare come i primi androidi che la fantasia dell’uomo abbia prodotto. Automi già immaginati con grandi potenzialità, dotati della capacità di comunicare e anche di pensare. Ma Efesto non è un uomo, bensì un nume:

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Il poeta greco non conosce l’idea del progresso. Non è capace di prospettarsi un lontano futuro in cui uomini, con mezzi esclusivamente umani, potrebbe realizzare questi sogni. (…) Essi non sono il frutto della scienza, bensì di una capacità propria di un dio. (…) L’uomo è concepito da Omero come strutturalmente incapace di costruire automi. Ecco perché gli antichi greci collocarono queste loro macchine fantastiche non nel futuro (come facciamo noi moderni), bensì nel più remoto e favoloso passato. (…) Efesto tuttavia non è neppure un vero e proprio nume. Se lo fosse, non avrebbe bisogno di creare automi, poiché potrebbe creare la vita. (…) Con l’idea di automa il greco si volge verso un atteggiamento mentale che è proprio del modo moderno d’intendere l’essere e ne pone le premesse.

Per questo alcuni aneddoti che presentano Dedalo, nuovo costruttore di automi molto spesso confuso con Efesto, diventano importanti. Dedalo infatti in origine era descritto anche lui come una figura divina ma lentamente è stato assimilato ad un normale essere umano. Ernest Kris e Otto Kurz lo considerano infatti “il mitico progenitore dell’arte greca”. Le leggende che lo riguardano sono numerose e diverse sono le interpretazioni che si sono tramandate sulla sua figura. A Dedalo sono attribuiti la costruzione di automi dotati di movimento e di parola già nel sesto secolo a.C. e negli scritti posteriori di Apollodoro, Democrito e Aristotele gli viene attribuita la capacità di scolpire statue dotate anch’esse di movimento come la statua di Afrodite che si narrava fosse stata riempita di mercurio per causarne il moto.

Altre figure si affacciano nel mondo mitico greco tentando di modellare sculture dotate di vita. Prometeo, nella versione di Fulgenzio, plasma uomini con l’argilla, ma non potendogli dare anche la vita, sottrae il segreto del fuoco divino riuscendo ad infondere finalmente un’anima alle proprie creature-sculture. Anche il titano Epimeteo modella delle figure umane con l’argilla. È curioso notare come chiunque cerchi di ricreare la vita modellando figure umane venga duramente punito. Se il castigo che subisce Prometeo è in realtà legato al furto del fuoco divino, Efesto, creatore degli automi con la “mente nel petto” e dotati di movimento, è zoppo ed Epimeteo è punito proprio per aver imitato Zeus e da questi viene trasformato in scimmia.

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Emerge ad una prima analisi che nei racconti della mitologia antica la figura dell’artista mitico e quella dell’artigiano si vengono a confondere inevitabilmente. Ma tale confusione è dovuta alla particolare interpretazione e al modo di intendere queste attività nella concezione del mondo greco. Con il concetto di téchne infatti i Greci volevano esprimere qualcosa di più del significato di tecnica odierno. Con questo termine infatti si indicavano in generale tutte quelle facoltà che permettono all’uomo di operare e creare delle forme con caratteristiche sia “artificiali” che “artistiche”.
Hans Blumenberg sottolinea che la rivendicazione della capacità dell’uomo di creare si è concentrata quasi esclusivamente sui protagonisti dell’arte figurativa e della poesia per l’incapacità di esprimere e di testimoniare la propria spontaneità creativa da parte dell’artigiano- tecnico. La storia dello spirito tecnico invece è povera di testimonianze. (…) È soprattutto un fenomeno che dipende dal “mutismo” della tecnica. Per il poeta e per l’artista era stato approntato già nell’antichità un arsenale di categorie e di metafore, persino in forma aneddotica, che almeno in via negativa permettevano di esprimere come il processo creativo voleva essere inteso. brano di Ovidio e l’ambiguità delle aspirazioni che nutrivano gli artisti del passato, stretti tra imitazione della natura e la volontà di una reale emancipazione, lo storico osserva:

“La loro mitologia sembra aver raccontato loro una storia diversa. Essa ci parla infatti di una più antica e più veneranda funzione dell’arte, quando l’artista non aspirava a realizzare la “verosimiglianza”, ma a gareggiare con la creazione stessa. Il più famoso di questi miti che cristallizzano la fede nella capacità dell’arte a creare, anziché a ritrarre, è la favola di Pigmalione”.

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Polemizza poi con Ovidio che “l’ha ridotta ad una favoletta erotica” ma Gombrich è consapevole che, nonostante tutto, nel mito tramandato da Ovidio si può ancora “avvertire qualcosa del brivido che le misteriose facoltà dell’artista una volta provocavano nell’uomo”. La storia è presto riassunta: uno scultore di nome Pigmalione modella una statua di una avvenente figura femminile in avorio bianco. La statua ha l’aspetto di una ragazza vera e Pigmalione è tanto affascinato dalla sua stessa creazione che finisce con l’innamorarsene. In quei giorni era festeggiata Venere e Pigmalione fatta la sua offerta chiese di poter aver in moglie una ragazza simile alla statua di avorio. Quando tornò a casa toccò con la mano il seno della statua e le baciò le labbra, improvvisamente la materia inerte della statua si trasformò sotto le sue dita in carne divenendo un corpo vivo. Il tema del racconto è chiaro, la statua, creazione dello scultore, prende vita, diventa viva.
Questo capitolo è dedicato proprio a quello che viene definito “potere di Pigmalione” cioè alla relazione, che viene attribuita dai narratori, tra l’artista e le creazioni scultoree che prendono vita in particolare osservando lo sviluppo di questo topos nella recente letteratura fantastica e fantascientifica. I racconti che trattano tale stereotipo sono definiti con la formula di “potere di Pigmalione” per l’esemplarietà del racconto di Ovidio. Formula del resto utilizzata anche da Ernest Gombrich in “Arte e illusione”.
Ma i motivi che hanno spinto tanti narratori ha tramandare gli aneddoti leggendari sul tema del “potere di Pigmalione” e quindi sulla figura dell’artista del loro tempo sono molteplici.

Ma quali influssi ha avuto il “potere di Pigmalione” nella letteratura fantastica moderna? Possiamo indicare racconti o romanzi che abbiano ripreso questo tema? Le caratteristiche del racconto sono rimaste le stesse o hanno subito forti variazioni e impensabili sviluppi?