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La tecnologia artistica dell’Anno 2027. Earl Conrad e la Macchina Da Vinci.

Earl Conrad è uno scrittore pressoché sconosciuto. Di lui si sa con certezza che ha pubblicato pochissimi libri. Esemplare però per l’analisi del rapporto arte e tecnologia nel futuro è ,il suo racconto breve dal titolo “The Da Vinci Machine” (1968). Leroy Ockenfelds il protagonista della storia, è un’artista ancora legato alle tecniche espressive tradizionali, alla pittura in particolare. Nell’anno 2027 l’espressione artistica ha trovato altri medium attraverso i quali operare discriminando proprio quelli antichi. La storia della vita di questo incredibile pittore del futuro rappresenta anche un’ipotesi alquanto pessimista sul futuro dell’arte. Per lungo tempo, ricorda Leroy, l’artista ha dipinto le proprie fantasie surreali, con i pennelli e fiumi di colore dando “forma di bellezza ai riflessi iridescenti delle cose”. L’idea romantica dell’artista pervade interamente la figura d’artista di Conrad. Il rammarico che esprime nel ricordare le tecniche del passato è commovente, un passato vissuto come paradisiaco:

(…) vedevo le tele crescere su se stesse e diventare vive, (…) gridavo la mia anima e lasciavo che gli altri la leggessero; gli altri la leggevano, mi amavano, mi chiamavano Artista. Servivo a qualcosa. Eravamo la razza dei Pittori; dipingevamo e scolpivamo nella pietra, nel marmo, nel legno e nella creta, traevamo dai materiali più rozzi un immortale disegno di bellezza, riempivamo le stanze del mondo delle nostre invenzioni nate dal profondo dello spirito umano.

Il mondo dell’arte nei suoi ricordi è all’incirca quello dei nostri giorni ma ingenuamente idealizzato. Gallerie d’Arte che offrono “alla gente” la possibilità di osservare con i propri occhi la “profondità delle visioni” degli artisti portando con sé il “messaggio”, quasi si trattassero di enti di beneficenza e supporto morale. Anche i critici d’arte sono presenti come attori di “grandi dispute” perché i Pittori operando ad “un livello in cui l’intelletto e le emozioni entrano in contrasto” producono “sprazzi di verità e bellezza e stupore” rappresentando l’ancora di salvezza per chi vuole sfuggire “alla monotonia d’un mondo tutto cibo-sonno-lavoro” che condanna alla noia uomini e donne. Nel ventunesimo secolo tutto questo non esiste più. La Nuova Arte regna sovrana, un’arte realizzata dalle macchine. La colpa di tutto questo va attrribuita, se pur involontariamente, a Pablo Picasso. Picasso nel 2027 è un perfetto sconosciuto perché nel futuro nessuno ricorda “cosa cercava di dire e perché in un quadro dicesse tre o quattro volte la stessa cosa”.

Leroy, davvero maligno, conosce bene la storia della creazione della Macchina. Picasso intorno agli Anni Sessanta era molto conosciuto e oberato di lavoro. Per questo insieme a un collega inventò una macchina per dipingere i quadri a olio. La notizia fu appena commentata sui giornali. Ben diversa fu la situazione dopo l’esplosione demografica. Miliardi di persone necessitavano improvvisamente di miliardi di quadri a olio per arredare il proprio appartamento, prosciugarono velocemente il mercato e tutto fu venduto “nel giro di qualche settimana”. In quel momento la Macchina per dipingere di Picasso migliorata e aggiornata tornò alla ribalta con un nome nuovo. L’uso della Macchina Da Vinci, in pochi minuti e per pochi dollari, permetteva a chiunque di schiacciare un bottone e ottenere un capolavoro personale. Naturalmente la prima accusa formulata da Leroy Ockenfelds alla Macchina Da Vinci riguarda la totale e presunta assenza nel momento della creazione della mano dell’uomo:

(…) il mondo amava sapere che la bellezza era creata a mano, creata dalla solitudine e dallo stupore dell’uomo, dalla sua sua ispirazione, dal suo senso del pudore, dal suo modo di giudicare le cose terrene. (…) Sì, diceva la gente le prime volte che osservava quei quadri automatizzati, sono belli, ma li hanno fatti le macchine e si sente la mancanza del tocco umano. Abbiamo perso qualcosa quando è diventato impossibile ammirare un quadro e poi indicare un uomo e dire: “Lo ha fatto lui”.

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Conrad è convinto che per manovrare tale tecnologia non vi sia bisogno di nessun apporto di creatività umana pertanto “non occorreva alcun talento per quelle creazioni, a nessuno veniva l’idea di firmarle. Era scomparso il tocco personale, l’idea del talento potenziale, del sublime umano, del genio, dell’individualità”.
L’accusa e le argomentazioni contro l’uso della macchina Da Vinci del futuro ricalcano perfettamente le polemiche e le ostilità rivolte alla macchina fotografica. Il protagonista del racconto di Conrad non si fa pregare nel ricordare la vecchia polemica contro la fotografia, che ormai si può considerare come la madre di tutte le tecnologie nemiche dell’arte: “Firmare quei quadri sarebbe stato come firmare una fotografia presa con qualsiasi apparecchio, diciamo una Brownie. E così, sin dall’inizio, sparì una tra le più importanti caratteristiche della vera pittura”. La fotografia rimane la prima tecnologia di riproduzione visiva del reale che abbia sconvolto il mondo dell’arte e le sue convenzioni. Eppure già nel saggio sulla riproducibilità dell’opera d’arte Benjamin scriveva:

“La disputa che ebbe luogo nel corso del secolo XIX, tra la pittura e la fotografia, intorno al valore artistico dei reciproci prodotti appare oggi fuori luogo e confusa. Di fatto questa disputa era espressione di un rivolgimento di portata storico mondiale, di cui nessuno dei due contendenti era consapevole (…) era stato sprecato molto acume per decidere la questione se la fotografia fosse un’arte ma senza che ci si fosse posta la domanda preliminare: e cioè, se attraverso la scoperta della fotografia non si fosse modificato il carattere complessivo dell’arte”.