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La fotografia nemica dell’arte: Robert Chambers scrittore del fantastico

Il racconto “La Maschera” (1865) di Robert Chambers, propone una prima riflessione all’interno della letteratura fantastica sull’avvento della fotografia nel panorama artistico tradizionale. La storia già ricordata nelle riflessioni sui poteri della Medusa vede l’artista Boris Yvrain scoprire una soluzione liquida in grado di pietrificare qualsiasi oggetto, anche vivente. Boris è assalito da numerosi scrupoli e non espone pubblicamente le opere d’arte realizzate con la soluzione. È soprattutto preoccupato per il mondo dell’arte e confronta i possibili risultati della divulgazione della composizione segreta pietrificante sulla scultura con l’influsso della fotografia sulla pittura. La sua convinzione è che la fotografia abbia sconvolto, il panorama artistico: “abbiamo perduto, con la fotografia molto più di quello che abbiamo guadagnato”.

Generated by Filmora AI - Prompt by Associazione Minollo
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La tecnologia distrugge l’idilliaco mondo dell’arte che va quindi protetto rinunciando per sempre all’eccezionale scoperta della soluzione pietrificante. Allontanandoci nuovamente dalla letteratura va ricordato che nei primi dibattiti, oltre a questa fastidiosa dipendenza dalla macchina, si sottolineava che l’assoluta fedeltà della fotografia alle apparenze poteva impedirle “di essere una delle belle arti” e rimanere semplicemente un’arte applicata, un braccio della scienza. In realtà, osserva lo Scharf, “il nuovo mezzo era così legato alla mentalità di un settore sempre più ampio del pubblico, orgoglioso delle conquiste meccaniche e in non minor misura alla crescente preoccupazione degli artisti di ottenere una rappresentazione veritiera, che ben difficilmente lo si sarebbe potuto relegare in una posizione così secondaria”. Nonostante ciò era difficile farlo rientrare nell’ambito dell’arte, perché il procedimento fotografico era osteggiato dalle istituzioni artistiche ufficiali.

L’impatto di un’immagine così nuova evidenziava una radicale rottura del nuovo mezzo con la tradizione pittorica precedente.
La prima accusa alla fotografia, che diverrà l’argomento centrale della contestazione dopo i primi decenni, è l’assoluta meccanicità con la quale produce l’immagine. Scrive Walter Benjamin: “Con la fotografia nel processo della riproduzione figurativa, la mano si vide per la prima volta scaricata delle più importanti incombenze artistiche, che ormai venivano ad essere di spettanza dell’occhio che guardava dentro l’obiettivo”.

In questo procedura le istituzioni artistiche non colgono la trasformazione culturale che si impone ma solo la possibilità di discriminare il procedimento fotografico in quanto arte. Non si può fare a meno di notare quanto sia paradossale che contro il momento tecnico-operativo nella fotografia si utilizzi l’argomentazione della mancanza di un intervento manuale quando nel passato proprio la presenza della manualità servile era il motivo grazie al quale quello stesso momento veniva con forza ugualmente discriminato. Fin dal Trecento, infatti, dopo l’assunto enunciato dal Cenninì che “il fondamento dell’arte e di tutti questi lavori di mano il principio, è il disegno” si anteponeva a questo non “la funzione di addestramento della mano” ma la sua natura mentale. Trionfava in tal modo la teoria che “fondava la legittimità teoretica di tutta l’arte sull’affermazione della sua natura intellettuale” ignorando completamente il momento dell’intervento manuale o tecnico-operativo come usa definirlo il Bologna.

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La fotografia nell’Ottocento venne rigettata dalle Belle Arti in forza proprio della mancanza della centralità di un gesto fisico, di una manualità creatrice la cui presenza un tempo sarebbe stato motivo di condanna. In pratica emergeva la concezione della centralità di un gesto fisico, di una manualità creatrice irrinunciabile da parte dell’artista, come fosse “un rito creatore”, Comunque nei primi decenni i fotografi reintegrarono anche l’intervento manuale attraverso le pratiche del ritocco, eludendo in parte l’accusa di meccanicità. Dalla scelta delle pellicole e la loro sensibilità, l’individuazione degli obiettivi, la luce, i tempi e infine tutta la fase dello sviluppo e stampa con montaggi, scelta della carta, ingrandimenti dei particolari, contrasto con l’uso di carte speciali, gradazioni particolari e si potrebbe continuare. In questo modo, sempre per far apparire la fotografia un’arte, i fotografi studiarono diversi metodi per ottenere delle foto che assomigliassero il più possibile ai generi pittorici. Contro la fotografia e contro le nuove tecnologie si scaglia il prossimo racconto.