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I Pigmalioni Alieni:
Donald Wandrey e August Derleth

August Derleth è un altro allievo di H.P. Lovecraft, cresciuto nella cerchia dei numerosi scrittori che hanno attinto molto dal suo stile e dalle sue trame cosmologiche. Derleth ha raccolto gli appunti sparsi di Lovecraft, frammenti e scalette più o meno definite, con questo materiale ha prodotto diversi racconti dove emergono le sue qualità narrative. Nel racconto “Innsmouth Clay”, del 1971, Derleth riprende proprio uno dei Miti di Cthulhu.
Il racconto narra gli ultimi mesi di vita di uno scultore americano Jeffrey Corey. Scultore quarantenne dai capelli lunghi come era allora di moda tra gli artisti del quartiere Latino di Parigi. Jeffrey decide di ritornare al paese natale, dopo un lungo periodo di ricerca artistica. La famiglia Corey era imparentata con i Marsh che per generazioni avevano abitato a Innsmouth, città portuale del Massachusetts. Jeffrey che aveva preso in affitto un cottage sulla costa, isolato rispetto al paese, non cercò nessuno dei suoi parenti che non aveva mai frequentato e sui quali tra l’altro si accorse, dai pochi discorsi ascoltati nei negozi circolavano, con insistenza strane voci e leggende a cui non diede peso.

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Sincero ammiratore della scultura di Jacob Epstein, uno dei più noti ritrattisti di New York del secolo, iniziò a lavorare ad una statua di Rima la “Fanciulla Uccello” che si ripromise di esporre appena terminata. Solo alcuni mesi dopo però la notizia di una grande retata degli agenti federali svoltasi a Innsmouth che coinvolge, tra gli altri, i suoi parenti sconvolge la vita di Jeffrey. Sotto accusa sembrano essere i commerci che i Marsh conducono da tempo nel Pacifico Meridionale e che hanno come meta la cittadina di Innsmouth. Una storia molto strana per Jeffrey visto il completo abbandono in cui versano i moli del porto. Ancor più insolito appare l’intervento della Marina Militare che nei pressi della costa, in corrispondenza con quella che viene chiamata la Scogliera del Diavolo, lancia una serie di bombe di profondità. Proprio queste esplosioni, che hanno sconvolto il fondale portavano numerosi detriti sulla riva compreso una strana argilla azzurra. Jeffrey notando una certa somiglianza con la creta per modellare dello stesso colore ne raccoglie immediatamente una discreta quantità. Inizierà così a lavorare entusiasticamente con la nuova argilla azzurra ad una statua diversa, dal titolo provvisorio di “Dea Marina”. In poco tempo modellò una figura snella con il bacino leggermente più massicio ma che, rispetto al progetto iniziale, sembrava subire delle piccole modifiche che Jeffrey attribuì alla sua attività notturna, una specie di sonnambulismo creativo.

Le modifiche riguardavano delle insolite membrane tra le dita dei piedi e delle fessure nel collo che assomigliavano alle branchie dei pesci, caratteristiche che Jeffrey pensò di aver ricavato dalla suggestione che avevano provocato in lui gli inquietanti racconti sulla sua famiglia. Dalla corrispondenza con un amico e dal diario per gli appunti sull’attività artistica ricaviamo altri dati sulla statua e sugli strani sogni che Jeffrey iniziò regolarmente a fare. Nei sogni, ricorrenti e sconvolgenti, una donna si infila nel letto nel cuore della notte per amarlo appassionatamente o lo stesso Jeffrey nuota nell’oceano in compagnia di volti che gli sembrano familiari. Al mattino la statua, la “Dea Marina” sempre più spesso è bagnata o presenta curiose ammaccature, che lo scalpello non può aver fatto, come se qualcuno gli avesse cinto i fianchi con le braccia.

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Furono questi sogni che non smettevano di agitargli le notti che lo spinsero a informarsi maggiormente sulla sua famiglia e le dicerie di cui era fatto oggetto. Nonostante l’omertà palese che regnava sui Marsh riuscì a ricostruire la loro storia. Obed Marsh era stato il primo membro della famiglia ad intrattenere rapporti commerciali nelle Indie Orientali ma soprattutto aveva iniziato con gli indiani un culto e una religione nuova chiamata l’Ordine di Dagon nel quale il legame con il mare era molto forte infatti gli appartenenti al culto rimanevano a nuotare sott’acqua per lunghissimo tempo. Le leggende raccontavano che Obed aveva conosciuto gli “abitatori del profondo”, che da sempre vivono sotto l’acqua e aveva raccolto da loro diversi generi di sculture per rivenderle. Negli anni tali commerci e contatti erano continuati ininterrotti fino alla recente retata degli agenti federali che avevano causato l’allontanamento di tutti i membri della famiglia Marsh in fuga a nuoto nell’oceano e ormai ritenuti da tutti annegati. I racconti sconvolsero Jeffrey e alle notti agitate si aggiunsero dei forti dolori al collo, dietro le orecchie, come se la pelle si stesse lacerando e corrugando in modo innaturale. Nei giorni che seguono Jeffrey maturò la piena consapevolezza che stava accadendo qualcosa di strano al suo corpo e che una scelta, attraente e pericolosa allo stesso tempo, era ormai inevitabile. Un giorno la statua sparì, ritenne impossibile che qualcuno avesse voluto rubarla. Pochi giorni dopo Jeffrey scomparse dopo essere sceso sulla spiaggia e tuffato nell’Atlantico. Nessuno lo vide più sulla terra, ma un amico che si era imbarcato a Innsmouth per cercarlo lo vedrà nuotare insieme ad altri esseri marini, allo stesso tempo sembravano pesci ed umani insieme. Accanto a lui si riconosceva una femmina “dallo strano colore di argilla”.

Quello che Derleth ci presenta in questo racconto non è altro che il mito di Pigmalione, stravolto e trasformato in alcune delle sue caratteristiche ma il mito è chiaramente riconoscibile e opera al di là di queste lacune. Manca infatti la figura comprensiva di Giunone ma incombe il richiamo del culto misterioso di Dagon. L’amore che lentamente matura tra Jeffrey e la statua di argilla azzurra da lui realizzata non è travolgente ed è vissuto, in un primo momento, del tutto inconsciamente, durante l’attività onirica e sognante notturna che si rivelerà essere frutto invece di esperienze reali. Il protagonista non crede sia possibile amare la statua e non la riconosce quando la notte si infila nel letto. A differenza della scultura di Pigmalione infatti la Dea Marina non diventa viva definitivamente ma mantiene la propria consistenza marmorea durante il giorno per trasformarsi in vita la notte. Rispetto all’esperienza di Pigmalione, la forza di attrazione della statua di Jeffrey è altrettanto potente. Se Pigmalione innamorato riesce con l’aiuto divino a rendere viva e umana la statua, Jeffrey dal canto suo, per amore, viene invece spinto dalla statua a trasformare radicalmente la propria umanità verso qualcosa d’altro. I ruoli si sono invertiti e non poteva essere altrimenti perché se in Ovidio il ruolo degli dei è riconosciuto dall’umanità, che anzi implora e si affida alla divinità, il mondo di Derleth è quello di un umanità senza dio che pretende con le sue scoperte e la sua scientificità di rendere conto di qualsiasi fenomeno. Un’umanità cieca incapace di accettare la superiorità e la presenza di un dio più potente e antico e soprattutto non umano. Per rendere conto di tale errore Jeffrey deve aderire in pieno al nuovo culto trasformando la propria umanità nell’accettazione piena di un altro modo di essere.

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