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Dietro la Macchina Da Vinci del futuro la Computer Art contemporanea?

Il racconto di Conrad presenta comunque una novità importante molto utile nell’analisi del dibattito contemporaneo. Infatti la Macchina Da Vinci non è né un apparecchio fotografico né un liquido pietrificante. La descrizione della Macchina Da Vinci è modellata non sulla ormai vetusta macchina fotografica bensì sulla tecnologia informatica, un computer che dipinge su tela. La Macchina per dipingere funziona “come una macchina da scrivere”, della quale possiede anche lo stesso peso e forma, con una tastiera dove ogni tasto rappresenta un colore. Con la tastiera è possibile inoltre incrociare i colori, regolare l’impianto grafico, la prospettiva e il disegno. Dietro la Macchina è collegato un complesso sistema di tubi in cui “l’olio veniva pompato, mischiato, spruzzato” per dipingere le tele che si trovano al di sotto. Il colore passa da questi tubi e va poi a finire sulla tela che subisce un’ultima lavorazione assicurando “alla tela un effetto stupendo” che a mano non si riesce a ottenere. Strabilianti le possibilità della nuova Macchina:

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Semplicemente manovrando certi tasti che controllavano i paesaggi, le figure umane, gli animali, il cielo, il disegno figurativo e astratto, le fantasie cosmiche, si riusciva ad ottenere in un minuto, pur essendo del tutto ignoranti nel campo dell’arte, un quadro stupendo. Se decidavate di tenervi sull’astratto, saltava fuori qualcosa che non aveva nulla da invidiare ai maggiori lavori di Braque.(…) su ogni macchina c’era un tasto che recava la dicitura Vecchio Stile Europeo. Schiacciando quel bottone saltavano fuori lavori impregnati di spirito mistico, con un che di gotico qua e là.

La somiglianza della Da Vinci al personal computer è palese. La capacità di memorizzare attraverso i tasti, interi paesaggi o disegni di uomini e animali, appartiene solo all’hard disk di un computer non certo alla macchina da scrivere. Il computer però solo recentemente ha trovato seri sperimentatori. Le immagini realizzate con la tecnologia informatica, come ad esempio i frattali, sono state a lungo ignorate dalla sfera artistica. Nel decennio scorso si è avverato in parte l’incubo di Leroy: una nuova tecnologia con le sue immagini si è presentata al mondo dell’arte. I rapporti tra elettronica e arte contemporanea risalgono al 1985 quando una mostra al Centre Nationale d’Art Moderne Pompidou Beaubourg (Les Immateriaux/Gli Immateriali) teorizzò la possibilità di un’arte immateriale costituita da immagini digitali elettroniche.

Nel 1990 il Centre Pompidou di Parigi con una nuova mostra definì i confini fra quella espressione denominata “video-arte” e l’arte immateriale, la “computer art”. In sostanza la video arte riproduce la realtà visibile o le performance, mentre la “computer art” elabora immagini non aderenti alla realtà attraverso la tastiera digitale e la tavolozza (tablet) del computer, con una prospettiva tridimensionale in movimento. In uno scenario, quello contemporaneo, dove il progresso tecnologico propone sempre novità nella manipolazione digitale alcune definizioni, solo di un decennio fa, possono risultare inadeguate per comprendere la realtà del fenomeno. La nascita della Computer Art viene successivamente ribadita, alla Biennale di Venezia, nel 1986, con la mostra “Arte e scienza” dove vengono esposte creazioni effettuate con il computer. I prodotti artistici della diabolica Macchina Da Vinci possono essere accostati alle immagini realizzate con il computer. Nelle immagini computerizzate tramonta definitavamente l’intervento gestuale che nella fotografia aveva ancora un ruolo seppure minimo e rispetto alla trascrizione automatica della realtà ritorna una sostanziale “invenzione” della rappresentazione.

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 Si afferma inoltre un procedimento di produzione di immagine che ricorda, per il “carattere puramente ideale dei suoi processi inventivi”, paradossalmente proprio il principio universale atto a legittimare un’attività figurativa in quanto arte nella teoria dell’arte quattrocentesca. Ma come già per la fotografia anche per l’immagine computerizzata, l’immaterialità del momento creatore (che si attua prima nella mente e poi nella stesura del linguaggio matematico del computer) suona più come una condanna che come una chance di venire presa in considerazione. Nulla è cambiato nella maggior parte delle istituzioni artistiche tradizionali. La tecnologia è ormai bandita sempre con le stesse motivazioni. Per questo la Computer Art, fin dagli esordi tenta di riprodurre modi iconografici derivati dall’arte tradizionale alla ricerca di una legittimità che le consenta di entrare a pieno titolo nell’ambito dell’arte. Per lei esiste peraltro una difficoltà in più che solo la fantasia, nuove tecnologie di comunicazione e la diversità culturale di un possibile futuro fantascientifico possono abbattere.

Per il mercato dell’arte, vero guardiano culturale di tutti i prodotti artistici contemporanei, è difficile conferire all’immagine del computer una rarità artificiale come invece è possibile fare per la fotografia e le incisioni. In questi casi le stampe sono rese più preziose riducendo il numero di copie, numerandole e distruggendo poi negativi e lastre. La Computer Art fedele alle caratteristiche estremamente “progressiste” della sua tecnologia ha cresciuto una generazione di “computer-artisti che non è disposta ha distruggere un programma in grado di produrre molte varianti” perché andrebbe irrimediabilmente persa “la creatività stessa e non soltanto una creazione”. Non sappiamo quanto resisterà l’atteggiamento libertario e egualitario tra i computer-artisti. Rimangono le difficoltà di diffusione commerciale dell’arte elettronica e questo agevola nel campo critico le posizioni di chi osteggia la Computer Art forse l’ultima Avanguardia del XX° secolo.