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Edgar Rice Burroughs nel primo romanzo sulle avventure di John Carter, “La principessa di Marte” (1917) popola gli scenari del pianeta rosso di statue, affreschi e oggetti di arredamento lavorati finemente. Però anche se “(…) numerose fontane, statue, (…) testimoniavano ancora della bellezza che quel giardino doveva aver incarnato”, Burroughs non le attribuisce a qualche strano “artista” alieno. I tavoli e le sedie di legno “splendidamente intagliato” disseminati ovunque sono infatti del tutto sproporzionati rispetto alle creature aliene marziane. Casualmente l’intrepido John Carter, del pianeta Terra, osserva che si adattano invece perfettamente “a un essere umano”. Non tarda Burroughs ad attribuire le realizzazioni di tante opere d’arte ad un altro popolo, una razza estinta le cui “figure aggraziate delle bellissime donne, i corpi solidi e scattanti degli uomini, i bambini che sgambettavano felici” altro non sono che esseri umani. È evidente che Burroughs è spinto dal desiderio di riproporre gli scenari fantastici dell’Oriente esattamente come la narrativa che fin dal Medioevo (esempio: con lo pseudonimo Mandeville) e poi con i racconti sul Nuovo Mondo aveva incantato i lettori.
Esprimeva così il bisogno di recuperare la tradizione letteraria che aveva fatto leva sul “senso del meraviglioso” descrivendo spesso un paesaggio esotico e stupefacente traboccante di architetture, arabeschi, forme d’arte inusuali e “aliene”. Ma mai queste realizzazioni artistiche erano state attribuite a qualcuno di diverso da un essere umano. Se i marziani “rossi” sono del tutto uguali all’uomo, i marziani verdi, “più alieni”, sono comunque discendenti di un’antica razza umana con una struttura fisica ancora profondamente antropomorfa. Nonostante ciò gli oggetti per i quali il protagonista umano esprime apprezzamento estetico sono realizzati dall’uomo per il corpo dell’uomo.